MILANO, PREMIO NIGUARDA “L’INSOLITO OSPEDALE”.

La vita continua a sorprendere. Dal punto di vista creativo sono piuttosto ferma da più di due anni. Crisi della pagina bianca, mancanza di stimoli e di tempo, o semplicemente un normale cambiamento dovuto al tempo che corre via, non lo so. Di fatto sembrano finiti i giorni dedicati all’invenzione di storie.

Ciononostante mi rendo conto di conservare ancora una certa produzione che giace lì, in qualche file nel computer, quieta, aspettando il momento giusto per risvegliarsi.

Non ho perso la voglia di partecipare ai premi letterari. Solo che vivo di rendita, invio quello che è già pronto. E anche così ogni tanto capita qualcosa di piacevole.

Mi imbatto in curioso premio letterario indetto dall‘Ospedale Niguarda di Milano in occasione del suo ottantesimo compleanno. Il tema è, guarda un po’, “L’insolito ospedale”. Bisogna scrivere qualcosa che riguardi l’ospedale, appunto, da qualsiasi punto di vista lo si voglia intendere e in qualsiasi stile.

Racconti adatti alla bisogna ne abbiamo? Certo che sì. Un brano che ho intitolato “Io, sentinella” ispirato, come tanti altri, dal turno di notte. Racconto del disagio fisico cui incorre l’infermiere nel turno notturno, quando il corpo vorrebbe solo dormire secondo i ritmi naturali, mentre il dovere costringe alla veglia. Anche perché in un reparto a rischio come quello di Cardiologia da un momento all’altro può succedere qualcosa di serio. L’infermiere è di sentinella aspettando un nemico che forse arriva e forse no. L’infermiere come Giovanni Drogo de “Il deserto dei tartari” di Buzzati, che aspetta per tutta la vita il nemico senza mai incontrarlo. Solo che a noi infermieri invece capita eccome di doverlo fronteggiare, combattere e assolutamente sconfiggere.

Nella notte sonnolenta si annusa qualcosa nell’aria, nel movimento anomalo dei tracciati registrati dal monitor, qualcosa che preannuncia quanto puntuale succede da lì a poco. Il nemico è arrivato, sotto forma di un arresto cardiaco. Azione, si salva una vita! Gesti consueti e sempre nuovi, non c’è tempo da perdere!

Per fortuna tutto poi si risolve e la guardia può ricominciare.

Ho inviato questo racconto e ho avuto il piacere di essere selezionata fra i dodici finalisti.

Contenta? Certo che sì! Mi era abbastanza chiaro che non sarei stata una dei tre vincitori, i cui nomi sarebbero stati annunciati la sera della premiazione. Ero comunque soddisfatta, perché a quello scritto ci tenevo. Ricordo benissimo la persona il cui cuore si era fermato, quella notte. Era ritornato a battere sotto le mie mani, mentre lo rianimavo. E ricordo tutto, le sensazioni, l’agitazione, la stanchezza della notte, l’urgenza di combattere il nemico e la ripresa del turno una volta che tutto era passato, come se niente fosse stato. Una delle tante storie vissute nella mia professione.

A questo punto, ricevuto l’invito di andare a Milano alla premiazione, che fare? Andare o non andare, pur sapendo di non avere vinto?

La voglia c’è. L’evento è importante, c’è la collaborazione con il Corriere della Sera, tanto che la premiazione si svolge nella sua prestigiosa sala Buzzati (la combinazione, eh?), e poi Milano è Milano. Una serie di combinazioni felici e la generosa spinta delle colleghe mi spinge a partire, anche se non trovo nessuno che mi faccia compagnia. Viaggiare da sola non è un problema, un po’ di pensiero ce l’ho invece nel girare nella metropoli. E soprattutto temo di non divertirmi senza qualcuno con cui condividere l’avventura. Al diavolo, e chi se ne importa della compagnia? La pancia mi spinge a partire, e allora parto.

Anche il viaggio è una sorpresa. In treno trovo da chiacchierare con una donna bellissima, mia coetanea, che mi fa sentire dapprima un brutto anatroccolo rispetto a lei, ma subito dopo una persona fortunata dalla vita intensa. Lo scambio di confidenze con un estraneo è un classico, e in questo caso l’ammirazione che la donna mi riserva quando le racconto buona parte della mia vita e di quanto ho fatto finora, mi fa capire che in fondo ho avuto una vita piena nonostante i vuoti, che sono stata brava a raggiungere certi obiettivi, e che ho fatto sul serio tantissime cose.

Grazie cara amica sconosciuta. Trovare qualcuno che ti ascolti con tanto interesse e che finisce con ammirare quella tua vita che ti sembrava un po’ banale, non è per tutti.

Il viaggio è cominciato dunque sotto una buona stella.

Milano mi accoglie grigia e piovosa, con i suoi spazi immensi, già dalla Stazione Centrale, che ogni volta mi lascia incantata ad ammirare la sua imponenza: dentro, una folla immensa in movimento, un gigantesco albero di Natale addobbato con i desideri delle persone, e appena là fuori la piazza, e i grattacieli, che a una che viene dallo stretto delle montagne pare New York. Di colpo respiro un imprevisto senso di libertà. Verrebbe da pensare il contrario: la grande città ha ritmi forsennati, tutti vanno di fretta imprigionati nel dover fare, correre, lavorare… Sarà, ma io, piccola sconosciuta in quegli spazi grandi ho avuto un vero, autentico sussulto di libertà. Sono sola, libera, non devo dar conto a nessuno.

Vabbè, sono le fantasie di un momento. Il tempo di recarmi in albergo e già mi passa la voglia di camminare verso la sede della premiazione com’era nelle mie intenzioni. Non è distante, ma piove da matti. Sia mai che mi prenda tutto quell’umido. E poi è già buio e magari mi perdo, con l’ombrello e Google Maps che già altre volte mi ha imbrogliato.

Opto per il taxi. Il che fa molto signora di città. Ma lo trovo una figata e lascio pure una piccolissima mancia.

Ecco la sala Buzzati del Corsera. Solo che non ci fanno entrare. Io sono sola, ma davanti alla porta c’è un gruppetto di persone, che a colpo sicuro individuo come partecipanti, almeno qualcuno, al concorso. È presto, non si entra. Aspettiamo e per fortuna che siamo al riparo. Che umida questa Milano!

Finalmente si entra. Ci sono dei divani nell’anticamera, un tantino scomodi, ma su cui mi fiondo perché la schiena mi fa un po’ male. Una splendida hostess raccoglie i nomi di tutti. Mi guardo intorno e non conosco nessuno. Ho delle conoscenze in città e dintorni, ma immaginavo che nessuno sarebbe venuto. A far cosa, se non ho neanche vinto, fuori diluvia e siamo di martedì sera, in pieno orario lavorativo? Giusto. A far cosa? Ognuno ha cose di certo più importanti da fare. Forse nemmeno io mi sarei mossa da casa.

Mi sento un po’ un’infiltrata e la cosa mi piace. Osservo, non parlo, poi mi accomodo nella sala della premiazione. Seconda fila, per non dare nell’occhio. La sala si riempie di bella gente elegante e io sono invisibile. Che ridere.

Comincia la cerimonia. Si parla del Niguarda come di un ospedale d’eccellenza, dove l’assistenza è garantita e viene prima di ogni cosa. Bello che sia così. Dentro di me penso che anche nel nostro piccolo ospedale di montagna, sempre più deprivato di fondi e servizi, si fanno miracoli dal punto di vista assistenziale. Lo sostengo da una vita: l’assistenza che da noi il personale sanitario dà ai pazienti non è seconda a nessuno, anzi, forse può dare dei punti in giro. Ma sono contenta se questi principi si ritrovano anche in un complesso così importante come l’azienda sanitaria milanese.

Attenzione, si fanno i nomi dei finalisti. Ecco il mio! Applauso di cortesia, ma nessuno si gira a cercarmi e io decido che non vale la pena di applaudirmi da sola.

Un po’ di emozione si fa strada. Finora sono rimasta tranquilla e serena, con il distacco di chi è lì per caso, senza aspettative, solo per godersi la serata da spettatore qualsiasi. Però il mio nome è risuonato in quella sala prestigiosa per una frazione di secondo. E comunque sono pur sempre una finalista, hanno scelto noi dodici su oltre cinquanta testi pervenuti. Un moto di orgoglio, fugace, subito eclissato dai nomi dei vincitori. Si tratta di un amministrativo dell’ospedale stesso, di una giornalista e di una delle signore che aspettavano all’ingresso con me, che già avevo intuito potesse avere un potenziale da vincitrice. E così è infatti. Ha vinto lei e il suo racconto è stato votato all’unanimità dalla giuria.

Complimenti! Resto distaccata anche nel vedere la sua emozione, ricordando le volte che in passato avevo ricevuto io il primo premio o un altro riconoscimento in pubblico. È come se avessi già dato tutto quello che avevo da dare e ora tocchi a qualcun altro. Con serenità e senza invidia, applaudo anch’io. Auguri cara vincitrice. Ora tocca a te.

La cerimonia finisce e inizia il buffet. Fantastico, si mangia! Sono giusto affamata da svenire e mi butto con la salivazione ormai irrefrenabile su portate deliziose: tartine, tramezzini e altre cosucce che non dovrei nemmeno guardare, ma che divoro vergognosamente infilandomi di forza fra la ressa ai tavoli. Oh, per questo sì che valeva la pena esserci!

Finalmente sazia e bendisposta trovo perfino qualcuno che vuole parlare con me. Sono due anziane signore, di cui una con evidenti problemi sia fisici che probabilmente psichici. La gentile signora mi dice che anche per lei la scrittura è fondamentale, gliel’ha consigliata il suo specialista declino-cognitivo, o qualcosa del genere. Chiaro. Medicina narrativa. Scrivere come terapia. Sono d’accordo. La signora, con tutti i suoi anni e i suoi problemi, mi fa tenerezza. Un po’ mi rispecchio in lei: sarò così fra trent’anni? O il mio declino cognitivo sarà irrimediabile?

Festa finita. Non ho nessuno da salutare, torno in albergo. Cioè, ci tornerei se trovassi ancora un taxi. La pioggerella è diventata un diluvio universale, l’aria è sempre più umida e la stanchezza si fa sentire. Ma non c’è un diavolo di taxi che si faccia trovare. Io e le due signore ci ritroviamo aggrappate al telefono, ma nessuno dei vari numeri che componiamo risponde. Io faccio come nei film e mi getto in strada quando vedo un taxi arrivare, e ne passano tantissimi, ma sono pieni o vanno di fretta e nessuno bada a me, che prendo solo pioggia e nervoso.

Dopo più di mezz’ora ci dicono che la fermata dei taxi è là vicino! Mi precipito insieme alla più valida delle mie compagne di sventura e riusciamo a rapire un tassista. Saliamo tutte e tre, incuranti della sua costernazione (ma in fondo è un uomo gentile) e da lì a poco sono in albergo. Non sono nemmeno le 21, la vita là fuori, negozi e luminarie, l’ho solo intravista. Milano ha deciso tutto sommato che non le interessava che io la vedessi nella veste della festa. Va bene Milano, come vuoi. E mi addormento, in un letto non mio, in uno scalcinato albergo meneghino gestito da cinesi, per fortuna pulito, ugualmente contenta di esserci, di esserci stata, di essere stata libera e anonima per qualche ora.

Il giorno dopo altro viaggio, un libro appassionante a farmi compagnia, il turno al lavoro.

Si rientra nella normalità.

Ciao ciao Milano.

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