COVID 19

Ho bisogno di fissare alcuni pensieri per ricordare, un domani, che questo periodo è stato sì un incubo, ma reale. Non ce lo siamo inventato. Tutto questo è cronaca vera. Da non scordare.

In giro poche mascherine abitate da corpi timorosi. I divieti sono stringenti, non si può. Non si può uscire, non si può fare attività fisica, né in strada, né in palestra, né in piscina, né altrove. Non si può andare a teatro o al cinema. Non si può andare a messa. Non si può andare in pizzeria o al ristorante. Non si può fare shopping, solo beni di prima necessità, quelli alimentari, o farmaceutici.

Siamo in guerra.

 

Ci è vietato qualsiasi cosa. Anche ospitare gli amici in casa. Se non è vietato espressamente ce lo vietiamo da soli per paura. Vietato abbracciarsi, baciarsi, stringersi la mano. Vietato essere animali sociali.
Il deserto tutto intorno a noi è, per le nostre consuetudini, allucinante. Strade vuote, silenzio, chiusura.
Vederci tutti, quei pochi che si muovono per ragioni valide e comprovate, con mascherine più o meno di fortuna, più o meno certificate, è straniante. Si ha la sensazione di vivere in un altro mondo. E forse è proprio così. Ci ritroviamo catapultati, senza sapere come, in un altro mondo.
Non eravamo abituati al silenzio, alla calma. Dovevamo sempre correre, fare mille cose, arrivare a sera sfiniti, vivere la notte in piedi per lo sballo, intasare le strade e magari schiantarci contro un albero in un’alba qualsiasi.

Ci voleva una microscopica particella, invisibile agli occhi, per farci paura e rimetterci in riga.
Un virus venuto non dallo spazio, come di solito accade in un classico film di fantascienza. Né prodotto in laboratorio come arma batteriologica, nonostante le teorie complottiste che non mancano mai di superare la fantasia. Un virus già presente in natura, che ha deciso, come fanno un po’ tutti i virus, di cambiare aria, cambiare habitat, cambiare ospite. Un virus che un bel giorno ha detto: ok, vediamo di cosa sa la razza umana. E oplà, ha fatto il salto.

Si è trovato bene nell’uomo. Eccome. Non ha trovato alcuna difesa, nessun portinaio guastafeste, né un metronotte che allerti la polizia. Via libera. E per gratitudine ha scatenato il finimondo. Sia nell’organismo ospite, a volte con estrema violenza, sia a livello globale nella finanza, nell’economia, nella sanità, nella politica, nella società tutta. Una pandemia.

Sottovalutato all’inizio, il nostro ha fatto capire ben presto di essere il più forte. Con una cattiveria che uno sceneggiatore nemmeno si immagina, ha steso il mondo.
Migliaia di morti che potrebbero diventare milioni.
Economie ferme, con l’incubo di una recessione globale.

Milioni, questi sì, di persone senza assistenza o privi di mezzi di difesa. Il terzo mondo che potrebbe diventare l’ultimo degli ultimi.
No, il mondo che conoscevamo non è più lo stesso. È cambiato. E forse ci ha cambiati.

La generazione dei cinquantenni ha visto altre cose in passato terribili e temibili.
C’è stato il periodo sporco di sangue del terrorismo, che sembrava non dovesse finire mai.
C’è stato il periodo del colera. Ma tutto sommato, a confronto, mica faceva così paura.
C’è stato il periodo della crisi energetica. Anche allora negozi chiusi, fabbriche ferme, strade vuote di macchine ma poi riempitesi di gente a piedi, in bici, in calesse. Era quasi una festa, la domenica, riscoprire la bellezza di muoversi e incontrarsi per strada, avere il tempo di salutarsi e chiacchierare. Quello che ora non si può fare.
C’è stato il periodo di Chernobyl. Un nemico altrettanto silenzioso e infido del virus, ma tanto era lontano. Però sì, un po’ di timore sotto sotto s’infiltrava, timore che stessimo per arrivare all’autodistruzione.
C’è stato il periodo della Guerra del Golfo, del conflitto tra Israele e palestinesi, del terrorismo islamico, delle torri gemelle.

La generazione precedente aveva visto il periodo di una o due guerre mondiali. Lì il nemico era concreto, lanciava bombe o sparava anche se spesso non si poteva vedere al di là delle trincee.
C’era stato il periodo dell’infamia dei lager nazisti.
E poi c’era stata la bomba atomica. L’apocalisse. L’indicibile.
Oggi abbiamo il periodo del Corona virus. Una particella malefica e coronata che sta segnando questa epoca come niente, forse, in passato ha potuto fare.

Siamo fermi da più di un mese. Contiamo i morti tutti i giorni, in un bollettino pluriquotidano che fa salire insieme angoscia e tristezza. Poi perdiamo il conto di quegli stessi morti quando li vediamo sfilare chiusi nei camion militari per essere seppelliti dove non si sa, dove c’è posto, lontano dal luogo in cui hanno vissuto una vita.

Vediamo in tv, a tutte le ore, immagini dalle terapie intensive di tutta Italia, di tutta Europa e se non vediamo quelle di tutto il mondo è perché non tutto il mondo vuole o può far sapere. Ma non abbiamo motivo di credere che non siano il ripetersi di scene inesorabilmente tutti uguali. Pazienti con un casco da astronauta in testa che permette loro di respirare, o intubati e rivolti in una innaturale posizione prona, in ambienti in cui l’unica parola d’ordine è “facciamoli respirare a tutti i costi”, il resto non conta. Personale medico in tenuta galattica, con tuta, occhialoni, visiera, doppi guanti, cuffia e calzari e maschera con filtro che dovrebbe filtrare il nemico, pericoloso e invisibile come una radiazione nucleare.

Questo quando va bene.
Perché arrivano anche cronache e immagini di luoghi di cura dove si fa meglio che si può, dove gli ausili per difendere il personale non sono sufficienti e il modo in cui si è costretti a utilizzarli non garantisce la prevenzione della diffusione del contagio. Dove gli anziani cadono come mosche nonostante amorevoli cure. I miracoli non sono alla portata di esseri umani stremati, spremuti, sfruttati e non garantiti. Il miracolo di sopravvivere loro già stanno provando a farlo. Per poi essere dimenticati quando tutto finirà. Archiviando chi è crollato in corsia, chi ha le piaghe sul viso causate dalle mascherine, chi non ce l’ha fatta a reggere alla paura di essere diventato suo malgrado un “untore” e ha deciso di porre fine a ogni dubbio e alla propria vita.

Ecco i protagonisti di quest’epoca angosciante e straordinaria.

I morti. Tanti, troppi. Causati da negligenza, impreparazione, dalla politica sconsiderata più che dalla letalità della stessa malattia.
I politici, appunto. Sarà da ricordarselo, quando qualcuno dovrà rispondere del macabro pallottoliere di una generazione intera decimata.
Il personale sanitario tutto. Dai combattenti nelle rianimazioni a quelli nelle aree di gestione semi intensive, da quelli che collaborano nella logistica, pulizie, amministrazione e altro, a tutti quelli che fanno con coscienza il proprio lavoro, cercando di mantenere una routine con tutti gli altri pazienti, quelli “sani”, i non Covid, in attesa di recuperare una normalità che sembra oggi così lontana.

Ma poi ci sono anche altri protagonisti, che fanno commuovere e ci convincono che esiste ancora una realtà semplice e solidale, non utopica, concreta.
Persone che reagiscono adattandosi di buon grado a un sistema di vita nuovo, costrittivo, con la fiducia nel futuro nonostante le proprie rassicuranti abitudini siano state smarrite in chissà quali meandri. Riscoprendo piaceri antichi e dimenticati nella frenesia dell’oggi.
Persone che perdono il lavoro ma che cercano un modo per rendersi utili.
Volontari che sfidano la malattia per portare gratuitamente conforto e assistenza ai più deboli.
Aziende e imprenditori che donano i loro prodotti, o importanti somme di denaro, per aiutare ospedali e Protezione Civile. Dove non arriva lo Stato, in affanno, arriviamo noi tutti.
Singoli commercianti, fornai, pizzaioli, pasticcieri, fiorai, chiunque abbia un’attività che possa essere di conforto, che riforniscono gratuitamente chi lavora sul campo.
Sacerdoti che dicono messa online e silenziosamente continuano la loro opera spirituale. Su tutti, un Papa stanco e acciaccato che offre l’indulgenza plenaria e innalza la preghiera a un Padre apparentemente distratto di non lasciarci nella tempesta, e lo fa in solitaria, ma collegato al mondo intero, benedicendo una piazza san Pietro deserta, in una sera burrascosa che rimarrà nella Storia.

Un elenco lunghissimo di cuori generosi, di piccole grandi azioni che a volte rimarranno anonime, che però avranno contribuito a non far perdere a nessuno la speranza che si possa rinascere anche dalle ceneri di chi è morto, dalla sofferenza di chi in qualche modo ce l’ha fatta, dagli errori di un’amministrazione politica superficiale ed egoista.

Sta per arrivare una Pasqua anomala. Una festa senza festa. Simbolo di resurrezione per eccellenza. Come questa primavera che sta esplodendo in mille colori e temperature miti, da renderci increduli che possano esistere i pericoli raccontati dai telegiornali. Le passeremo, Pasqua e primavera, in quarantena, o a piangere i morti, o a giocare con i bambini in casa, o lavorando negli ospedali. Con lo sguardo alla fine del tunnel, perché il tunnel prima o poi finisce. E questo che stiamo vivendo sarà un altro periodo da non dimenticare mai, da raccontare ai nipoti come di un tempo lontano lontano. Il tempo di una fiaba cattiva. Auguri a noi.

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