
“Nuotare è una preghiera. Si sta in silenzio, il rumore del mondo lontano, concentrati solo sul gesto da eseguire nel miglior modo possibile. Lasciando fuori dall’acqua i pasticci, i dolori, le imperfezioni della vita.” (da “Oro” di Federica Pellegrini)
Per tanto tempo mi sono rifiutata di leggere autobiografie di personaggi contemporanei. Il fatto che non fossero scritte da loro, ma da ghost writer, mi pareva ne sminuisse il valore letterario. È un convincimento che resta, però si può partire da un altro punto di vista: lasciamo stare lo stile, il modo in cui la storia è scritta, e concentriamoci sul contenuto. Ossia, sulla vita del personaggio famoso. Di certo chi scrive la biografia non può fare voli di fantasia, inventando chissà cosa, ma deve restare in un campo preciso di cose successe, di pensieri espressi, di sentimenti a volte nascosti e di fatti svoltisi il più delle volte sotto i riflettori.
Così mi sono accorta che tutto sommato, sarà perché sto invecchiando, sarà perché una volta non c’era la possibilità di oltrepassare i confini della privacy se uno non voleva, ogni tanto trovo delle storie private di personaggi pubblici che mi incuriosiscono e che finisco con il leggere volentieri.
Ho da poco finito ORO (Edizione La Nave di Teseo), di Federica Pellegrini, aiutata nella scrittura da Elena Stancanelli. Giustamente, direi: a ognuno il suo mestiere.
Il libro è raccontato in prima persona, come se fosse Federica a parlare, partendo da lontano, dal momento in cui nemmeno si ricorda di quando e come ha imparato a nuotare. Semplicemente, lei ha sempre nuotato. Idrodinamica come i pesci.
Faccio un passo indietro e spiego perché ho scelto questo libro. Perché a me la Pellegrini piace da sempre. La seguo fin quasi dagli esordi sportivi, quelli vittoriosi, a partire dai 16 anni circa con la prima medaglia olimpica. E la seguo perché a me piace il nuoto e quasi tutto quello che riguarda l’acqua. Mi piace seguire le gare in TV, quando posso, conosco il nome dei campioni, le loro fasi alterne così umane, che mi fanno sentire meno imbranata. Perché la sottoscritta ha imparato a nuotare da grande, dopo i 50 anni; prima, ma l’ho capito appunto tanto dopo, stavo solo a galla, con la testa ben oltre la superficie. E, diciamolo, sto ancora imparando.
Quando il fenomeno della Pellegrini è esploso, l’attenzione di mezzo mondo si è focalizzata su questa ragazza. Sono stati raccontati in diretta i suoi incredibili exploit sportivi, le crisi di rabbia o di panico, i suoi amori, le sue uscite troppo poco diplomatiche. Una vita sotto i riflettori, sotto pressione continua, da quando era poco più di un’adolescente e già nuotava affamata come uno squalo. Ma quello che passava veramente nella sua mente, il prezzo da pagare per ogni risultato memorabile, per ogni record abbattuto a spallate con la prepotenza di chi sa di valere, è spesso passato in secondo piano. Facevano più rumore i suoi record e certi apparenti colpi di testa. Così ora che si è ritirata dalle gare, l’ultima a 33 anni nel 2021, riportando l’ennesima e ultima vittoria nei 200 stile libero, la sua gara regina, ora che anche la vita privata si è stabilizzata, Federica si racconta.
Racconta senza sconti, con onestà, di tutte le volte che è caduta e si è rialzata, e perché si è tatuata l’araba fenice, che rinasce dalle proprie ceneri. Racconta della grinta, della determinazione, della volontà di riuscire al meglio in ciò che in lei sembrava già naturale, come per noi respirare. Del sacrificio, degli allenatori cambiati, scelti da lei senza farsi mettere i piedi in testa da nessuno, del dolore quando il suo preferito, quello che l’ha forgiata meglio di tutti, è morto improvvisamente lasciandola come un’orfana allo sbando.
Una vita che ho letto d’un fiato, grazie anche alla scrittura “parlata” della Stancanelli, che fa entrare nel mondo dei campioni che vediamo in TV, giovani, belli e forti, ma di cui ignoriamo molte cose, quasi tutto. Ignoriamo per esempio che forse, quando vengono fermati dai giornalisti subito dopo una gara, costretti con il fiatone e con il costume bagnato ancora addosso a commentare quanto appena vissuto in vasca, nel bene e nel male, forse non sono del tutto a loro agio, ma fanno buon viso a cattivo gioco, magari dicendo cose che poi nemmeno ricordano… Ignoriamo che quando ci si gioca una finale mondiale o una medaglia olimpica sul filo dei centesimi di secondo, anche una bollicina d’aria che si forma nel costume può essere determinante, per far vincere o perdere. Tanto che Federica il costume se lo incollava alla pelle sul petto, dov’era più facile che potesse accadere. Ignoriamo che a volte un record può essere negato anche a causa del malessere dato da un disturbo mestruale. Ignoriamo forse che una campionessa come lei per molti anni non ha quasi altra vita che dentro una piscina, che anche gli amori nascono e muoiono in acqua (o a bordo vasca). Tutto il mondo relegato a un fondo di piastrelle azzurre, da percorre milioni di volte senza mai alzare lo sguardo, voltando la testa di lato per meno di un attimo, a respirare quel filo d’aria che deve bastare, e macinando chilometri, (anche 18 al giorno, in alcuni periodi! Io che a malapena reggo 20 minuti di nuotata per poco più di 600 metri non riesco a capacitarmene…). E che dire dell’allenamento svolto con i maschi, con gli stessi ritmi, quando si sa che per costituzione fisica maschi e femmine non possono mai avere gli stessi risultati?

Federica racconta tutto. Ho rivissuto da dentro episodi seguiti da fuori, alla TV, capendoli meglio. Racconta anche come migliorare la tecnica del nuoto a stile. E io ho anche cercato di mettere in pratica, ma sì, buongiorno, manco li capisco i suoi consigli, figuriamoci. Però mi illudo. Mi sono sempre illusa che un giorno avrei fatto anche io il botto, nel mio piccolissimo ovviamente, mica alle olimpiadi. Invece ora, un po’ per l’esperienza ormai acquisita in quasi dieci anni che ci provo, un po’ per l’età non più verde e manco azzurra, piuttosto tendente al grigio, un po’ leggendo in cosa consista la vita di atleta, ho capito che un’atleta non lo sarò mai, che devo accontentarmi di progressi e obiettivi minimi. Almeno dal punto di vista sportivo, perché per il resto nessuno potrà togliermi la passione e l’amore per l’acqua, come una vera campionessa.
Proprio come Federica Pellegrini, il mio faro per tanti anni, che ho adorato, oltre che per il sogno che ha regalato al mondo intero, anche per il lato umano che intuivo al di là di un costume, una cuffia e un paio di occhialini: fragile e decisa, sincera e scorbutica, forte e tenera, lacrime e puntiglio.
Siamo così diverse, e non solo per il quarto di secolo di età che ci divide: lei determinata, io indecisa, lei concentrata su un unico obiettivo, io distratta da mille interessi, lei una campionessa, io una mediocrità, lei bellissima, io… no, lei digiuna prima della gara come un predatore, io che se non mangio svengo e magari mi affogo.
Eppure anche io, come lei, mi ritrovo nella frase riportata all’inizio: nuotare è una preghiera, è cercare la perfezione del gesto lasciando fuori le imperfezioni della vita e i cattivi pensieri.
E poi siamo così dannatamente acquatiche entrambe.
Si fa per dire.
Diciamo a grandi linee.
Molto grandi linee.
Ok, lei è la DIVINA, io una ranocchia. Che cambia?
















