ACCADE ANCORA E TREMA LA TERRA

25 agosto 2016

Terremoto-Amatrice-18-990x641Accade ancora e ancora e ancora. Non c’è mai da stare veramente tranquilli. La morte è accanto a te, ti tocca e tu non te lo aspetti, non la vedi, non ci pensi.

La terra trema, di nuovo. Succede in ogni parte del mondo, succede nelle grandi città e nei piccoli centri di montagna. Oggi è accaduto tra Marche e Lazio, ieri in Emilia e a L’Aquila e Assisi e in Irpinia e in Friuli… e India, Giappone, Cina, Nepal. Ovunque.

Succede che non sempre c’è scampo. E qualcuno resta.

Resta sotto le macerie delle case e della presunzione che nulla ci può scalfire personalmente, che le disgrazie avvengono sempre altrove, agli altri. Una presunzione innocente, per chi ha solo scelto un luogo dove abitare, formare una famiglia e vivere la propria banale ma specialissima vita.

Una presunzione criminale, per chi quelle case le ha costruite, più o meno consapevolmente, prive di criteri antisismici, là dove ci si vanta di aver raggiunto i massimi livelli di civiltà. Perché dai, in India o in Nepal si parla di baracche, qui no, qui sono case ed edifici con funzione importante. Come gli ospedali.

Ospedali che crollano.

Malati già in bilico in una esistenza precaria costretti a fuggire dalle mura che dovevano prendersi cura di loro. Medici e infermieri che mandano all’aria le rispettive competenze per salvare, insieme, persone messe in pericolo da ben altro che la propria malattia. Rischiando la propria vita.

E miracolo se non ci sono stati morti.

Morti, morti, morti.

Ogni volta la conta infinita dei morti. Lo stillicidio.

La corsa contro il tempo. Scavare sotto le macerie, ascoltare la debole voce dei sepolti vivi provenire dalle viscere dell’inferno. Salvataggi dopo giorni di scavo, miracolati in extremis. Decine, speriamo non centinaia, di vite interrotte in un momento qualsiasi della loro esistenza colma di progetti e futuro. Vite che saranno riesumate e raccontate in diretta su tutti i media e i social per strappare altre lacrime, se non ce ne fossero state già abbastanza. Macinare e spettacolarizzare il dolore, bruciarlo e poi dimenticarlo. È così che accade e accadrà ancora.

I media oggi ti permettono di entrare nel vivo del dolore. Toccare con mano il sangue. E se hai la tv in HD, ecco che ti viene istintivo cercare di asciugare quelle lacrime sui visi impolverati, che sembrano così vere, messe in primo piano.

Sono vere, sono come le mie.

Questo entrare con un salto a piedi uniti nel dramma in primo piano scatena come non mai l’emozione e la solidarietà. Quelle povere creature che girano in un paese fantasma ricoperti da strati di polvere e una coperta incolore, sono come noi. Sono la testimonianza che potremmo esserci noi al loro posto. Che dormendo stanotte potremmo non rivedere più il nostro domani: tanto, basta un torcibudella dell’ipogeo, un mal di pancia degli strati profondi della crosta terrestre ed ecco che mentre dormi ti crolla il mondo attorno, ti crolla il letto al piano di sotto, o chissà dove, trascinato e sepolto da fiumi di macerie.

Quella persona che vaga simile a uno zombie potremmo essere noi che cerchiamo un figlio, un marito, una madre. Oppure potremmo essere noi quel figlio, quel marito, quella madre dispersi nel punto in cui un giorno c’era una casa. La loro casa.

È un momento e non ci sei più.

Un momento che può essere infinito.

La prima scossa è durata oltre due minuti. Due lunghissimi minuti in cui il mondo impazzisce e precipita e non sai fare altro che pregare che la smetta di tremare tutto. Oppure non fai in tempo nemmeno a capire e la tua luce è spenta per sempre.

Macerie, soccorritori dal tocco delicato e dall’udito finissimo allenato a cogliere un lamento sotto i cumuli di materiale sbriciolato. Cani gioiosi e fiduciosi che abbaiano felici nel silenzio, perché su, dai, fratello umano, lì sotto qualcuno ci sta aspettando.

Storie infinite, banali e speciali, qualcuna incredibile, scritta apposta per lo show. Storie da raccontare alla telecamera per condividere l’attesa e la speranza, a dispetto di ogni evidenza.

Polvere. Tanta polvere. Colore che manca, tutto è grigio di cemento sbriciolato.

È il non colore del terremoto. Lo trovi ovunque la terra impazzisca, è uguale, identico. Ma in HD lo vedi meglio.

È successo ancora e ancora succederà. Laggiù nel sottosuolo non vanno mai in vacanza. Lavorano in sordina, si fanno dimenticare e poi si scatenano arrabbiati e vendicativi. Forse hanno troppo peso sulle spalle e decidono di scrollarselo un po’ di dosso, come fanno i cani con la pioggia. E ogni tanto la scrollatina provoca il disastro. Ma laggiù non importa a nessuno. Le falde si scontrano, i Titani giocano fra loro, il terremoto è la conseguenza minima della collisione di forze immani.

Questa maledetta conta dei morti e di edifici crollati, fossero essi presuntuosi o umili, carichi di storia o appena nati; conta di lacrime e vane attese. E poi quel punto di domanda grande come le case che non ci sono più, sospeso nel vuoto lasciato libero dal palazzo crollato: e ora? Ora che non ho niente che faccio, dove vado? Ora che ho perso tutto cosa faccio di me?

Ricostruzione. Sì, lo Stato non vi abbandonerà. Rifaremo i paesi e le città più belle di prima. E intanto si fanno conti e sorrisi sotto banco: ci si guadagna sempre dal terremoto, su dai, allegria che ci sistemiamo! Più tempo ci mettiamo meglio è per noi e per il nostro conto alle Cayman.

Parole. Tante parole, dove starebbero meglio i fatti. E il silenzio.

È successo ancora e succederà di nuovo. Non c’è modo di evitarlo. Là nel sottosuolo se ne infischiano della superficie e delle lacrime che li innaffieranno, dopo.

Lacrime lacrime lacrime… non riesco a trattenerle. Sarà colpa dell’HD, che mi fa sembrare di essere lì. Sarà colpa delle cazzate del solito opinionista chiamato in fretta a chiudere i buchi della diretta. Sarà colpa del giornalista che si chiede come mai il soccorritore non gli spiega con un sorriso da Hollywood cosa sta succedendo, e quanti morti ha tirato fuori dall’incubo, e quanti vivi e poi… scusa un attimo giornalista, mi chiamano da sotto tonnellate di detriti, non senti? Magari torno dopo.

Sarà colpa di non so chi, ma di certo sono quelle storie, quelle macerie, quei paesi distrutti, quei destini incerti, quei dispersi nel nulla che mi fanno piangere. Lo so. Perché è tutto già visto, perché è successo ancora e so che ancora succederà.

E la prossima volta, chissà, ci toccherà davvero essere là, dall’altra parte dello schermo, in HD, sotto le macerie della nostra vita.

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LE MIE OLIMPIADI

12 agosto 2016

olympic flagIo non sono un’atleta. Non lo sono mai stata. Da piccola lo sport che mi riusciva meglio era girare le pagine di un libro. A scuola nell’ora di educazione fisica ero una frana, mi promuovevano solo per carità di Dio, perché eccellevo in quasi tutte le altre materie.

No, non sono un’atleta. Sono sprovvista del gene che fa di un comune mortale una persona idonea all’attività sportiva. Di sport ne ho provati tanti, ma fallendo in tutti ho dedotto di essere un caso disperato e mi sono dedicata ad altro. Leggi il seguito di questo post »

VENTI MINUTI

4 luglio 2016

VASCALONGA 2015 4Sabato pomeriggio. Sono in piscina e mi appresto a entrare in vasca. In realtà non so bene cosa fare in questa oretta di tempo che mi sono ritagliata… Faccio un po’ di salutare ginnastica o mi butto sul nuoto?
Il dilemma si ripropone ogni volta che sono qui per conto mio e non sto seguendo qualche corso.
Mi guardo intorno. Leggi il seguito di questo post »

RIFLESSIONI SPARSE

23 giugno 2016

riflexUna serie di riflessioni sparse in una giornata di mezzo giugno. Tanto mi si affollano i pensieri in testa che non so nemmeno da quale parte cominciare. Da diversi mesi non scrivo qui e non perché non ci fosse da scrivere o raccontare, ma perché il tempo non è stato amico, tutto preso dall’essere riempito da molte cose. Ognuna delle riflessioni che seguono meriterebbe di essere sviluppata a parte, magari lo farò, ma per ora le butto là come vengono.
Vediamo. Leggi il seguito di questo post »

BOLLE!

26 marzo 2016

subIndossa il gav (il cosa??! il gav? Ah sì, il giubbottino). Premi qui e si gonfia, premi qua e si sgonfia (oddio, due tasti vicini, l’ideale per farmi fare confusione). Gonfi quando vuoi tornare su, sgonfi per andare giù (abbastanza logico, capito).
Questo è l’erogatore e questo è quello di riserva, se caso mai il il tuo compagno fosse in difficoltà e dovesse averne bisogno (e se avessi bisogno io di qualcosa, che faccio?).
Metti le pinne, sai come si fa? (bè, sì, questo dovrebbe saperlo anche un bambino).
Secondo te cosa contiene la bombola? (di certo non gas nervino). Esatto, contiene aria. Questa è da 18 litri, quella da 20. Vedi, questo segna la pressione (segue veloce conto matematico per spiegare che un volume moltiplicato per la pressione di ricarica dà la quantità complessiva di aria. Semplice vero? Sì certo, come no.) Leggi il seguito di questo post »

CARBO-FUS A NAPOLI!

5 febbraio 2016

fuscarboneria-letteraria

 

 

 

 

 

Venerdì 29 gennaio. Sono in viaggio sul Frecciarossa. Contrariamente ai miei timori, supportati dalle ultime avventurose trasferte, tutto finora è andato bene. Niente ritardi, guasti, incidenti.
Poca gente viaggia con me, educata, per niente caciarona. Il viaggio ideale, quasi. Se si fosse eliminato un cambio del tutto inutile, sarebbe stato perfetto.
Sto andando a Napoli. E sono molto emozionata per vari motivi. Leggi il seguito di questo post »

BASTA UN SORRISO

15 gennaio 2016

gatto smileEppure ci sono quelle giornate in cui ti va così bene da sentirti come in paradiso. Non si può descrivere in altro modo quel tuo andare in giro con un sorriso idiota che fa il giro da un orecchio all’altro, o quel tuo camminare su una nuvola rosa a tre metri dal cielo. Paradiso dev’essere vivere costantemente in uno stato di felicità pura. Esattamente come ti senti tu ora. Leggi il seguito di questo post »

IO E LUI

20 dicembre 2015

disegno-di-jessica-rabbit-colorato-660x847Sono giorni che non mi esce dalla mente.
L’ho visto per caso, pareva aspettare solo me. Mi chiamava in quel modo silenzioso che le donne conoscono bene, senza fare un gesto. Nessun aspetto vistoso, niente per farsi notare tra la folla. Eppure ci siamo visti e riconosciuti. E subito presi, verrebbe da aggiungere.
Ma non era il momento. Leggi il seguito di questo post »

TUTTO FINISCE

7 dicembre 2015

donnaNon c’è niente al mondo di eterno. Qualsiasi cosa, per definizione, dal momento che nasce è destinata a morire. O comunque a finire.
In questo periodo un po’ strano, dopo mesi convulsi vissuti in apnea che mi hanno costretta a stare lontana da queste pagine, sto subendo la fine di molte cose. Qualcuna è dolorosa, qualcuna è quasi un sollievo. In ogni caso ognuna lascia un vuoto che al momento appare incolmabile. Leggi il seguito di questo post »

TELA DI RAGNO

13 settembre 2015

telaQuando cerchi un senso alle cose che fai, prima o poi lo trovi.
Da molto tempo cercavo di dare un senso ai miei vecchi racconti. Racconti che non si possono incasellare in un’etichetta di genere, e che forse difettano di quello spessore letterario necessario a un testo breve per farsi valere nella giungla editoriale.
Certo, qualcuno di questi racconti ha avuto vita felice. È uscito alla luce, ha pure vinto un premio, è stato pubblicato, votato, letto. Molti altri no. Probabilmente non avevano avuto un grande valore per un determinato contesto, o forse non era mai giunta la loro grande occasione.
E allora che senso aveva avuto scriverli? Leggi il seguito di questo post »


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