COVID 19

8 aprile 2020

Ho bisogno di fissare alcuni pensieri per ricordare, un domani, che questo periodo è stato sì un incubo, ma reale. Non ce lo siamo inventato. Tutto questo è cronaca vera. Da non scordare.

In giro poche mascherine abitate da corpi timorosi. I divieti sono stringenti, non si può. Non si può uscire, non si può fare attività fisica, né in strada, né in palestra, né in piscina, né altrove. Non si può andare a teatro o al cinema. Non si può andare a messa. Non si può andare in pizzeria o al ristorante. Non si può fare shopping, solo beni di prima necessità, quelli alimentari, o farmaceutici.

Siamo in guerra.

 

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MILANO, PREMIO NIGUARDA “L’INSOLITO OSPEDALE”.

19 dicembre 2019

La vita continua a sorprendere. Dal punto di vista creativo sono piuttosto ferma da più di due anni. Crisi della pagina bianca, mancanza di stimoli e di tempo, o semplicemente un normale cambiamento dovuto al tempo che corre via, non lo so. Di fatto sembrano finiti i giorni dedicati all’invenzione di storie.

Ciononostante mi rendo conto di conservare ancora una certa produzione che giace lì, in qualche file nel computer, quieta, aspettando il momento giusto per risvegliarsi.

Non ho perso la voglia di partecipare ai premi letterari. Solo che vivo di rendita, invio quello che è già pronto. E anche così ogni tanto capita qualcosa di piacevole.

Mi imbatto in curioso premio letterario indetto dall‘Ospedale Niguarda di Milano in occasione del suo ottantesimo compleanno. Il tema è, guarda un po’, “L’insolito ospedale”. Bisogna scrivere qualcosa che riguardi l’ospedale, appunto, da qualsiasi punto di vista lo si voglia intendere e in qualsiasi stile.

Racconti adatti alla bisogna ne abbiamo? Certo che sì. Un brano che ho intitolato “Io, sentinella” ispirato, come tanti altri, dal turno di notte. Racconto del disagio fisico cui incorre l’infermiere nel turno notturno, quando il corpo vorrebbe solo dormire secondo i ritmi naturali, mentre il dovere costringe alla veglia. Anche perché in un reparto a rischio come quello di Cardiologia da un momento all’altro può succedere qualcosa di serio. L’infermiere è di sentinella aspettando un nemico che forse arriva e forse no. L’infermiere come Giovanni Drogo de “Il deserto dei tartari” di Buzzati, che aspetta per tutta la vita il nemico senza mai incontrarlo. Solo che a noi infermieri invece capita eccome di doverlo fronteggiare, combattere e assolutamente sconfiggere.

Nella notte sonnolenta si annusa qualcosa nell’aria, nel movimento anomalo dei tracciati registrati dal monitor, qualcosa che preannuncia quanto puntuale succede da lì a poco. Il nemico è arrivato, sotto forma di un arresto cardiaco. Azione, si salva una vita! Gesti consueti e sempre nuovi, non c’è tempo da perdere!

Per fortuna tutto poi si risolve e la guardia può ricominciare.

Ho inviato questo racconto e ho avuto il piacere di essere selezionata fra i dodici finalisti.

Contenta? Certo che sì! Mi era abbastanza chiaro che non sarei stata una dei tre vincitori, i cui nomi sarebbero stati annunciati la sera della premiazione. Ero comunque soddisfatta, perché a quello scritto ci tenevo. Ricordo benissimo la persona il cui cuore si era fermato, quella notte. Era ritornato a battere sotto le mie mani, mentre lo rianimavo. E ricordo tutto, le sensazioni, l’agitazione, la stanchezza della notte, l’urgenza di combattere il nemico e la ripresa del turno una volta che tutto era passato, come se niente fosse stato. Una delle tante storie vissute nella mia professione.

A questo punto, ricevuto l’invito di andare a Milano alla premiazione, che fare? Andare o non andare, pur sapendo di non avere vinto?

La voglia c’è. L’evento è importante, c’è la collaborazione con il Corriere della Sera, tanto che la premiazione si svolge nella sua prestigiosa sala Buzzati (la combinazione, eh?), e poi Milano è Milano. Una serie di combinazioni felici e la generosa spinta delle colleghe mi spinge a partire, anche se non trovo nessuno che mi faccia compagnia. Viaggiare da sola non è un problema, un po’ di pensiero ce l’ho invece nel girare nella metropoli. E soprattutto temo di non divertirmi senza qualcuno con cui condividere l’avventura. Al diavolo, e chi se ne importa della compagnia? La pancia mi spinge a partire, e allora parto.

Anche il viaggio è una sorpresa. In treno trovo da chiacchierare con una donna bellissima, mia coetanea, che mi fa sentire dapprima un brutto anatroccolo rispetto a lei, ma subito dopo una persona fortunata dalla vita intensa. Lo scambio di confidenze con un estraneo è un classico, e in questo caso l’ammirazione che la donna mi riserva quando le racconto buona parte della mia vita e di quanto ho fatto finora, mi fa capire che in fondo ho avuto una vita piena nonostante i vuoti, che sono stata brava a raggiungere certi obiettivi, e che ho fatto sul serio tantissime cose.

Grazie cara amica sconosciuta. Trovare qualcuno che ti ascolti con tanto interesse e che finisce con ammirare quella tua vita che ti sembrava un po’ banale, non è per tutti.

Il viaggio è cominciato dunque sotto una buona stella.

Milano mi accoglie grigia e piovosa, con i suoi spazi immensi, già dalla Stazione Centrale, che ogni volta mi lascia incantata ad ammirare la sua imponenza: dentro, una folla immensa in movimento, un gigantesco albero di Natale addobbato con i desideri delle persone, e appena là fuori la piazza, e i grattacieli, che a una che viene dallo stretto delle montagne pare New York. Di colpo respiro un imprevisto senso di libertà. Verrebbe da pensare il contrario: la grande città ha ritmi forsennati, tutti vanno di fretta imprigionati nel dover fare, correre, lavorare… Sarà, ma io, piccola sconosciuta in quegli spazi grandi ho avuto un vero, autentico sussulto di libertà. Sono sola, libera, non devo dar conto a nessuno.

Vabbè, sono le fantasie di un momento. Il tempo di recarmi in albergo e già mi passa la voglia di camminare verso la sede della premiazione com’era nelle mie intenzioni. Non è distante, ma piove da matti. Sia mai che mi prenda tutto quell’umido. E poi è già buio e magari mi perdo, con l’ombrello e Google Maps che già altre volte mi ha imbrogliato.

Opto per il taxi. Il che fa molto signora di città. Ma lo trovo una figata e lascio pure una piccolissima mancia.

Ecco la sala Buzzati del Corsera. Solo che non ci fanno entrare. Io sono sola, ma davanti alla porta c’è un gruppetto di persone, che a colpo sicuro individuo come partecipanti, almeno qualcuno, al concorso. È presto, non si entra. Aspettiamo e per fortuna che siamo al riparo. Che umida questa Milano!

Finalmente si entra. Ci sono dei divani nell’anticamera, un tantino scomodi, ma su cui mi fiondo perché la schiena mi fa un po’ male. Una splendida hostess raccoglie i nomi di tutti. Mi guardo intorno e non conosco nessuno. Ho delle conoscenze in città e dintorni, ma immaginavo che nessuno sarebbe venuto. A far cosa, se non ho neanche vinto, fuori diluvia e siamo di martedì sera, in pieno orario lavorativo? Giusto. A far cosa? Ognuno ha cose di certo più importanti da fare. Forse nemmeno io mi sarei mossa da casa.

Mi sento un po’ un’infiltrata e la cosa mi piace. Osservo, non parlo, poi mi accomodo nella sala della premiazione. Seconda fila, per non dare nell’occhio. La sala si riempie di bella gente elegante e io sono invisibile. Che ridere.

Comincia la cerimonia. Si parla del Niguarda come di un ospedale d’eccellenza, dove l’assistenza è garantita e viene prima di ogni cosa. Bello che sia così. Dentro di me penso che anche nel nostro piccolo ospedale di montagna, sempre più deprivato di fondi e servizi, si fanno miracoli dal punto di vista assistenziale. Lo sostengo da una vita: l’assistenza che da noi il personale sanitario dà ai pazienti non è seconda a nessuno, anzi, forse può dare dei punti in giro. Ma sono contenta se questi principi si ritrovano anche in un complesso così importante come l’azienda sanitaria milanese.

Attenzione, si fanno i nomi dei finalisti. Ecco il mio! Applauso di cortesia, ma nessuno si gira a cercarmi e io decido che non vale la pena di applaudirmi da sola.

Un po’ di emozione si fa strada. Finora sono rimasta tranquilla e serena, con il distacco di chi è lì per caso, senza aspettative, solo per godersi la serata da spettatore qualsiasi. Però il mio nome è risuonato in quella sala prestigiosa per una frazione di secondo. E comunque sono pur sempre una finalista, hanno scelto noi dodici su oltre cinquanta testi pervenuti. Un moto di orgoglio, fugace, subito eclissato dai nomi dei vincitori. Si tratta di un amministrativo dell’ospedale stesso, di una giornalista e di una delle signore che aspettavano all’ingresso con me, che già avevo intuito potesse avere un potenziale da vincitrice. E così è infatti. Ha vinto lei e il suo racconto è stato votato all’unanimità dalla giuria.

Complimenti! Resto distaccata anche nel vedere la sua emozione, ricordando le volte che in passato avevo ricevuto io il primo premio o un altro riconoscimento in pubblico. È come se avessi già dato tutto quello che avevo da dare e ora tocchi a qualcun altro. Con serenità e senza invidia, applaudo anch’io. Auguri cara vincitrice. Ora tocca a te.

La cerimonia finisce e inizia il buffet. Fantastico, si mangia! Sono giusto affamata da svenire e mi butto con la salivazione ormai irrefrenabile su portate deliziose: tartine, tramezzini e altre cosucce che non dovrei nemmeno guardare, ma che divoro vergognosamente infilandomi di forza fra la ressa ai tavoli. Oh, per questo sì che valeva la pena esserci!

Finalmente sazia e bendisposta trovo perfino qualcuno che vuole parlare con me. Sono due anziane signore, di cui una con evidenti problemi sia fisici che probabilmente psichici. La gentile signora mi dice che anche per lei la scrittura è fondamentale, gliel’ha consigliata il suo specialista declino-cognitivo, o qualcosa del genere. Chiaro. Medicina narrativa. Scrivere come terapia. Sono d’accordo. La signora, con tutti i suoi anni e i suoi problemi, mi fa tenerezza. Un po’ mi rispecchio in lei: sarò così fra trent’anni? O il mio declino cognitivo sarà irrimediabile?

Festa finita. Non ho nessuno da salutare, torno in albergo. Cioè, ci tornerei se trovassi ancora un taxi. La pioggerella è diventata un diluvio universale, l’aria è sempre più umida e la stanchezza si fa sentire. Ma non c’è un diavolo di taxi che si faccia trovare. Io e le due signore ci ritroviamo aggrappate al telefono, ma nessuno dei vari numeri che componiamo risponde. Io faccio come nei film e mi getto in strada quando vedo un taxi arrivare, e ne passano tantissimi, ma sono pieni o vanno di fretta e nessuno bada a me, che prendo solo pioggia e nervoso.

Dopo più di mezz’ora ci dicono che la fermata dei taxi è là vicino! Mi precipito insieme alla più valida delle mie compagne di sventura e riusciamo a rapire un tassista. Saliamo tutte e tre, incuranti della sua costernazione (ma in fondo è un uomo gentile) e da lì a poco sono in albergo. Non sono nemmeno le 21, la vita là fuori, negozi e luminarie, l’ho solo intravista. Milano ha deciso tutto sommato che non le interessava che io la vedessi nella veste della festa. Va bene Milano, come vuoi. E mi addormento, in un letto non mio, in uno scalcinato albergo meneghino gestito da cinesi, per fortuna pulito, ugualmente contenta di esserci, di esserci stata, di essere stata libera e anonima per qualche ora.

Il giorno dopo altro viaggio, un libro appassionante a farmi compagnia, il turno al lavoro.

Si rientra nella normalità.

Ciao ciao Milano.

VACANZE 2019

14 luglio 2019

Cosa ricorderò delle cortissime ferie di quest’anno passate nel mio Salento? Ferie in famiglia, a rinsaldare i legami che la lontananza tende a sfilacciare, a rivedere gli affetti, quelli che sono rimasti, e a notare le differenze dall’ultima volta. Al di là di questi, dunque, cosa mi resta stavolta?

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VASCALONGA 2019: CORSIA NUMERO 6

9 giugno 2019

Ieri, 8 giugno, ho finalmente partecipato alla Vascalonga, la staffetta di nuoto a squadre, non competitiva, che si tiene ogni anno per beneficenza in piscina.

Lo desideravo da almeno quattro anni, da quando l’ho scoperta nel mio percorso di riabilitazione acquatica. Era un desiderio fortissimo, un obbiettivo che mi ero prefissata e che speravo prima o poi di raggiungere.

È stato un percorso lento e difficile. Leggi il seguito di questo post »

LA SCRITTURA UCCIDE

18 maggio 2019

Ed ecco una nuova creatura. Non è solo mia, ma è… tanto mia!

Sveliamo il mistero.

È apparsa in questi giorni la nuova antologia della Carboneria Letteraria: si intitola La scrittura uccide, edita da Homo Scrivens.

Ogni tanto a noi della Carboneria salta il matto e ci buttiamo in una nuova impresa. Questa volta uno di noi un giorno ha lanciato un riflessione sugli effetti deleteri che la scrittura potrebbe avere su chi legge e chi scrive (qualche riferimento in merito lo si trova nella postfazione del libro, autore Alessandro Morbidelli). Leggi il seguito di questo post »

SEMPRE IN ACQUA.

5 maggio 2019

Ma quando prendi un antidolorifico prima di praticare un’attività sportiva, vuole dire che ti stai dopando?

La domanda sorge spontanea, e come sorge allo stesso modo tramonta. Non me ne importa. Se l’antidolorifico mi consente di mettere a tacere il dolore alla spalla per poter nuotare, viva il doping! Tanto non devo fare gare, se non contro me stessa e la mia volontà. Leggi il seguito di questo post »

PREMIO LETTERARIO IL GIARDINO DI BABUK – Proust en Italie

13 aprile 2019

Aggiungo un altro piccolo risultato alla mia vetrina dei ricordi, all’insegna del motto “se ci credi non mollare”. Il racconto Ho baciato un angelo si è classificato quindicesimo alla V edizione del Premio Letterario Il Giardino di Babuk – Proust en Italie per opere inedite, anno 2019. I racconti pervenuti sono stati 107, quindi il quindicesimo posto lo ritengo più che onorevole, anche se di fatto non porta a casa alcun premio.

È la seconda volta che partecipo. Mi sembra un concorso ben organizzato e meritevole. È gratuito: solo chi vuole, tra i partecipanti, può fare un versamento volontario per incrementare un monte premi già presente di partenza. L’invio del testo è online e anonimo, il racconto o la poesia sono giudicati solo per il loro valore, senza alcuna influenza dovuta a un nome magari più o meno conosciuto o un curriculum più o meno consistente. Anche il sistema di votazione è complesso ma quanto più rigoroso possibile, con l’aiuto di un software che trasforma il voto in un numero di media, con tanto di decimali. Il premio in denaro ai primi tre classificati viene assegnato solo se si raggiunge un punteggio minimo prestabilito.

Al giorno d’oggi è raro trovare un concorso letterario così onesto e imparziale. Si vedono in giro delle condizioni di partecipazione orrende. Per esempio la tassa di partecipazione, che se contenuta può essere anche ammissibile, ma a volte è spropositata in rapporto al premio (una targa o una pergamena). Oppure si richiede un esagerato numero di copie cartacee da inviare via posta ordinaria; un metodo ormai superato, l’invio online dovrebbe essere privilegiato.

Insomma, la fiducia in questo modo diverso di operare mi aveva convinto a partecipare già un anno fa, con un racconto scritto per l’occasione che a me piaceva molto, ma che evidentemente non ha fatto breccia tra i giurati.

Vista l’assenza di risultati stavolta ero tentata di lasciar perdere, ma proprio la serietà dell’evento mi ha spinto ad un altro tentativo. Ho scelto e inviato un racconto che giaceva da un pezzo nel mio archivio. Titolo, appunto: Ho baciato un angelo.

Nel racconto la voce narrante è di un uomo di una certa età, Remigio, che racconta un’avventura occorsagli durante un viaggio in auto. Il suo era stato un viaggio della speranza, se così si può dire: una visita da uno specialista molto lontano da casa, che gli ha confermato una diagnosi terribile. Remigio ha un inizio di Alzheimer. Nel ritorno, per distrarsi da pensieri tristi, raccoglie una ragazza che fa autostop: bellissima, ma quanto meno scorbutica, maleducata, pressoché muta. Lui ci fa un pensierino lascivo, pensa che sono le sue ultime cartucce prima della fine, e poi quella bocca è sensuale e invitante come quella di Julia Roberts. Ma di colpo succede qualcosa, un malore che lo porta a un passo dalla morte, anzi forse è già morto. L’angelo autostoppista maleducato e bellissimo interviene e… bè, scompare, e il suo gesto lascia al protagonista un senso diverso a quello che resta della sua vita.

Certo, tanta roba… ossia tanti spunti in poche pagine, e ognuno avrebbe meritato di essere approfondito. Ma a volte i racconti nascono così, già compiuti, aggiungere una parola può essere di troppo.

Comunque sia, invio il racconto al concorso e aspetto.

A tempo debito la prima sorprendente notizia. Il racconto si posiziona fra i primi trenta, ed è prevista una nuova selezione per scegliere, tra questi, i vincitori.

Ammetto, ero contenta già così. Da un po’ di tempo è difficile avere visibilità, in tantissimi scrivono oggi, più di di quando vent’anni fa ho cominciato a partecipare ai concorsi letterari. E molti sono davvero bravi. Un risultato del genere dunque era già soddisfacente. Però… siccome sono umana, un pensierino non me lo sono negato: già che c’ero, perché non sperare di piazzarsi bene?

Non ho mai pensato veramente di vincere. Ma mi sarebbe tutto sommato dispiaciuto se nella classifica finale fossi arrivata ultima.

Così non è stato.

Il 7 aprile è stata pubblicata la graduatoria definitiva che vede il mio racconto a un dignitoso quindicesimo posto.

Niente premi, niente soldi, interviste o altro, ma una pergamena ricordo inviata online.

Ve bene così. Sono soddisfatta. Non sono più i tempi in cui mi emozionavo per molto meno; ho vissuto in passato delle esperienze così belle che non saranno facilmente replicabili. Però sono felice davvero anche per questo piccolissimo riconoscimento.

Non serve vincere lo Strega, o il Campiello o chissà che altro irraggiungibile e blasonato concorso.

Il dio delle piccole cose sa come regalare momenti di assoluta bellezza. Anche con un quindicesimo posto.

Pergamena_Racconto_Babuk_2019_Part_15

CARO BABBO NATALE.

25 dicembre 2018

Babbo Natale-3Caro Babbo Natale.

Lo so, già ti stupisci a vedere chi ti scrive: una che bambina certo non è, e che forse non ti ha mai nemmeno scritto prima, quando era il tempo giusto per farlo. Immagino che vorresti cestinare questa missiva, non è tuo compito badare agli adulti, tu esisti solo per i bambini, hai già il tuo da fare con quelle creature adorabili e impegnative e come i grandi non hanno tempo per te, tu non ne hai per loro. Leggi il seguito di questo post »

SOGNO, DILUVIO, DISASTRI, 4 NOVEMBRE. EMOZIONI A NON FINIRE.

4 novembre 2018

Oggi è una giornata fortemente emotiva per me.

È cominciata con il risveglio da un sogno dolcissimo, tanto reale da farmi male quando ho capito che vero non era e non lo sarebbe stato mai. Un terribile momento di consapevolezza: il tempo perduto si è portato via anche la possibilità di vivere nuovamente certe emozioni. Non si torna indietro e andando avanti non ci saranno più quei batticuori già vissuti. Leggi il seguito di questo post »

CONTABILITA’ DI UN COMPLEANNO

26 ottobre 2018

Una persona mi ha detto che dimostro 6 o 7 anni meno della mia età reale.

È sempre stato così. Quando ero giovane non mi aiutava sembrare ancora più giovane, ma ora è un’altra faccenda. Oggi compio gli anni e ormai sono più quelli che ho accumulato alle spalle di quelli che, realisticamente, mi aspettano lì davanti. Sentirmi dire che ne dimostro meno mi dà l’illusione di rallentare il tempo, anche se so bene che non è possibile. Che la realtà non è un film di fantascienza con una macchina del tempo che ti riporti ai tuoi anni migliori, o con un sistema di ibernazione che ti faccia svegliare tremila anni più tardi con sempre tremila anni in meno. E che non c’è verso di fare un patto col diavolo come il vecchio Dorian Gray (che tanto qualcosa invecchia lo stesso), e che il segreto dell’immortalità non sta nella trascendenza spirituale o in pozioni magiche. Leggi il seguito di questo post »