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MARCO MENGONI, IL CONCERTO. BIBIONE 17 GIUGNO 202

19 giugno 2023

Ritorno a parlare di Marco Mengoni. Non perché non abbia altri argomenti da trattare. Ma perché lui in questo momento è un caso. E in questo momento sono rapita da questo caso affascinante, che emoziona, che è bravo e riempie il cuore e gli occhi di bellezza.

Sono reduce dal concerto tenuto a Bibione, la data zero del tour estivo Marco negli stadi, iniziato lo scorso anno, che proseguirà fino all’exploit del 15 luglio al circo massimo di Roma. Per poi proseguire con molte date europee nell’autunno.

Marco è Marco. Per tutti i suoi fan è solo Marco. Un ragazzo come noi, viene da dire, anche se noi abbiamo superato gli anta da un pezzo. Impossibile restare indifferenti.

Lo stadio di Bibione è pieno, oltre venticinquemila persone tutte lì per lui, riversate sul prato, o sulle tribune che guardano il palco. Poi esiste, appena sotto la tribuna, una piccola pedana rialzata riservata alle persone con disabilità e i loro accompagnatori. Io mi trovo lì, con due ragazze con disabilità e un’altra accompagnatrice. Se doveva essere una posizione privilegiata mi tocca dissentire. Il palco, pur gigantesco, è lontanissimo, ci aspettiamo di vedere Marco ridotto alle dimensioni di formica e dovremo accontentarci dei maxi schermi. Che sono proprio maxi. Sulla questione trattamento riservato alla disabilità ritornerò più avanti. Per ora parliamo del concerto.

Aspettiamo Marco sul finire di una giornata splendida, caldissima, con il sole ormai calante che scalda ancora le spalle e il collo e un cielo azzurrissimo solcato da un drone curiosone. Siamo arrivate tre ore prima e il prato già era quasi pieno. Abbiamo saputo che qualcuno è arrivato già ieri e si è accampato lì nei dintorni. Osservo il popolo di Marco, i guerrieri, o mengolovers. Popolo variegato. Giovani di entrambi i sessi, ragazze con la pancia scoperta e i calzoncini cortissimi, beate loro, quarantenni con i tacchi e il vestito elegante, uomini accasati con tanto di consorte, sessantenni scatenate in reggiseno che ballano al ritmo della musica di sottofondo. E bambini. Asciugamani o coperte per terra, aspettando; si mangia e si gioca con grande civiltà. Non vedo ubriachi, non vedo persone moleste o scherzi pesanti. C’è aria di festa in famiglia.

Con un leggero ritardo, a stadio ormai stracolmo di brulicanti, trepidanti formiche, arriva Marco, dall’entrata opposta al palco, di modo che per raggiungerlo deve passare tra la folla. Una visione vestita di bianco, che già sta cantando Cambia un uomo. Visione purtroppo oscurata, nella mia postazione, dall’immensità di braccia levate, telefonini accesi, tutti ammassati al passaggio dell’artista. Sono riuscita a intravedere per un attimo solo la testa, giusto perché lui è alto di suo, e il viso sorridente di Marco, ma è durato un nanosecondo. Naturalmente manco a dirlo, le persone disabili, che non potevano muoversi, non hanno visto nemmeno quella mezza testa. Tanto per dire.

La visione bianca attraversa la folla scortato dagli uomini della sicurezza, che lo tengono al riparo dalle centinaia di mani che vorrebbero ghermirlo, e che comunque lo stringono in un adorante abbraccio virtuale. Diciamo che è già tanto non svenire al suo passaggio. Noi lo vediamo di schiena mentre raggiunge il palco e già sospiriamo. Gli schermi ci rimandano anche i primi piani, e anche se la sua figura è quasi microscopica, lo vediamo da vicino così. È come guardare un quadro, un’opera d’arte. Perché, inutile essere ipocriti, Marco è semplicemente bello, di una bellezza esagerata e disarmante, che fa sospirare a tutte le età, qualunque sia il genere di appartenenza.

Ma subito comincia lo spettacolo!

Le prime canzoni sono tutte da scatenarsi, da ballare e saltare, le più dinamiche del repertorio, che gli permettono di liberare quella sua voce pazzesca che ti lascia senza fiato e ti porta via. Una voce che ha dell’assurdo, spettacolare, impossibile. Si arrampica su note che arrivano alle stelle, poi scende e si fa morbida, poi ritorna su, poi ti avvolge, ti accarezza, fa mille evoluzioni. A un certo punto ho davvero una visione: la voce che sfugge al suo proprietario, così pulsante e dotata di vita propria che sembra seguire un andamento indipendente. Pare che Marco la voglia lasciare libera, tipo cavallo pazzo, e nello stesso tempo riesca a domarla a suo piacimento. Non so come spiegarlo diversamente. Bisognerebbe ascoltarla. Credo che nel panorama pop del momento non ci sia nessuno che possa reggere un confronto. Lui è il più bravo e basta.

Laser, fumi, immagini, tutto si accorda alla sua voce, mentre lui si muove a tempo e balla con grazia. Vabbè, cosa gli manca a ‘sto ragazzo? Direi proprio niente.

Passano i pezzi più famosi, che tutti cantano, qualche brano del nuovo disco materia Prisma. Qualche intermezzo, per permettere a Marco di cambiarsi, cosa che farà piuttosto spesso. In uno di questi un filmato a sorpresa con la simpatica Drusilla Foer che presenta i componenti della band, lasciando spazio ad ognuno per un piccolo assolo. L’ho trovato bello. Di solito gli artisti presentano i musicisti alla fine e basta, qui invece hanno avuto modo di farsi notare. Notevoli le voci delle coriste.

Vari cambi d’abito, dicevo. Una mise più seducente dell’altra: abiti cuciti sulla pelle, trasparenze appena ombrate e lustrini luccicanti, reti sottili o visioni di torace su un fisico pazzesco, scolpito, esibito con naturalezza, senza alcuna volgarità né compiacimento. Foto artistiche di lui a torace nudo vengono anche proiettate ad un certo punto del concerto, le stesse immagini che si vedono nei video.

Niente da dire.

Meglio tacere.

Magari fantasticare.

Per poi ricordarsi di richiudere la bocca ogni tanto, di fronte alla meraviglia. E tornare alla musica, quella Pazza musica, e a quella voce unica.

Arriva il momento tanto atteso, quello di Due vite, la canzone vincitrice a Sanremo. Alle prime inconfondibili note si alza il delirio collettivo. Venticinquemila telefonini si elevano al cielo della notte con la torcia accesa, nelle prime file si alzano sagome di mezzelune pronte a esplodere. E quando arriva il ritornello qualcosa esplode davvero: venticinquemila voci, più o meno all’unisono, cantano dell’ultima canzone dopo la quale la luna esploderà, mentre tu non dormi dormi dormi dormi mai, e che giri fanno due vite… Venticinquemila voci, una voce sola, immensa. Marco si è interrotto quasi subito, non riesce a cantare, si emoziona, si copre gli occhi. Quando finalmente attacca la seconda strofa, la telecamera mostra nel formato gigante del maxi schermo le sue lacrime, che non si cura di asciugare. Perché questo ragazzo, quest’uomo bellissimo, è così: si emoziona e non si nasconde, piange e le sue lacrime di gioia ce le regala. Lo si ama (anche) per questo. La voce però non ha tremato, ha portato a termine la canzone e sull’acuto sono partite stelle filanti e credo coriandoli. Un momento travolgente, intenso.

Come la penultima canzone, a cui Marco ha detto di tenere molto: Proibito. Non serve spiegare perché. Basta ribadire il suo pensiero: nessun amore, se è amore, può essere proibito, ma ha diritto di esistere.

Come sempre ci sono dei messaggi nei concerti di Marco. Oltre al discorso del prisma, che scompone una luce bianca in mille luci colorate, io ho trovato, nella logica della scaletta, un filo conduttore: quello della libertà. Libertà di essere come sei, di amare chi vuoi, senza vergognarti, senza nasconderti, libertà di avere il coraggio rimanere esseri umani, di fidarsi, di liberarsi delle sovrastrutture di piombo, di volere, semplicemente, le cose più pazze. Volersi bene e amare, anche soffrire per amore, proteggere l’altro, sempre, a qualunque costo. Ma liberi, liberi, liberi. Liberi come Marco, che nel tempo ha trovato finalmente la maturità per esserlo e per porsi come esempio.

Il concerto finisce, troppo presto, per la verità, dopo due ore che hanno lasciato Marco sgolato ed esausto (“Se trovate le mie corde vocali da qualche parte, mandatemele per posta!“) con Buona vita, come augurio per tutti. Venticinquemila persone se ne vanno nella notte, in buon ordine, con ancora negli occhi tutta quella bellezza.

E veniamo alle note dolenti. Poche, ma doveroso segnalarle. Tutti si aspettavano qualche canzone in più da Prisma, che sono bellissime: un po’ sono mancate. Inevitabile, immagino, che nella scelta dei brani non si può accontentare tutti. Speriamo nel prossimo concerto. E speriamo di riuscire ad andarci.

Il peggio, a mio parere, riguarda, come anticipato, la gestione delle persone con disabilità. Certo, abbiamo trovato molta gentilezza, la corsia preferenziale per l’accesso era libera. Ma il parcheggio per disabili era lontano dall’ingresso riservato. Non tutti i disabili sono in carrozzina, qualcuno ha dovuto fare molta strada a piedi, con fatica.

La pedana rialzata, come detto, era lontana dal palco. Sarebbe bastato posizionarla un po’ più verso il centro del prato, anche di lato, mica si chiede chissà cosa. Inoltre, a pochi minuti dal concerto, queste persone con problemi anche importanti continuavano ad arrivare, e ci siamo sentiti dire dal personale che se continuava così gli accompagnatori di chi stava meglio dovevano andarsene da lì e lasciare il posto. La cosa è semplicemente assurda e irritante: si fa a gara a chi è più disabile? A chi più ha bisogno di un accompagnatore? A chi deve sloggiare dopo che sta lì da tre ore per lasciare il posto a chi arriva (a volte con un po’ di prepotenza) all’ultimo minuto? Ma scherziamo? Se i posti sono limitati, e si deve comprendere un accompagnatore per ogni disabile, devi sapere quanti posti hai disponibili PRIMA di vendere altri biglietti. Anche i posti normali hanno un limite, non puoi andare in overbooking. Questo balletto è stato sgradevole, anche se per fortuna poi non è stato necessario che qualcuno dovesse andarene. Però è stato ugualmente antipatico quando ci hanno fatto fretta dopo il concerto per lasciare la pedana. Un po’ di pazienza che diamine! Parliamo di gente in carrozzina, qualcuno anche con grave disabilità: come puoi pretendere che si sgomberi velocemente?

Ovviamente la gestione dei posti riservati non compete a Marco, che immagino se avesse saputo questa cosa sarebbe inorridito. Peccato, unica nota stonata in una notte che di note ne ha sentite di meravigliose arrivare fino alle stelle, lì dove una luna è esplosa d’amore.

Sono stata troppo sdolcinata dite?

Ascoltatelo, Marco Mengoni, poi sarete d’accordo con me.


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